La battaglia dell’intimo contro i prodotti asiatici

Il polo produttivo di Castel Goffredo con circa 300 imprese sta soffrendo per la concorrenza selvaggia dei produttori orientali. Ma il trend è reversibile, a patto di organizzarsi e fare massa critica, è convinto il presidente Adici

di Elisa Padoan23/04/2021 12:27



La battaglia dell’intimo contro i prodotti asiatici

Domanda: Qual è la panoramica della situazione attuale, le vostre associate che tipo di ricadute stanno avendo?
Risposta: Siamo uno dei 152 distretti italiani riconosciuti dalla legge e di fatto, e rappresentiamo circa 6% dell’export. Siamo un distretto storico inizialmente focalizzato sulla calzetteria femminile ma poi attraverso evoluzioni di processo abbiamo incominciato a produrre anche intimo. Tecnicamente viene defi nito intimo senza cuciture che poi è diventato tutto quel prodotto tecnico sportivo che viene molto utilizzato dai ciclisti, sciatori, e così via, quindi è un distretto che ha saputo evolversi anche dal punto di vista ai prodotti. Dal 2011 abbiamo incominciato ad avere dei grossi problemi dovuti fondamentalmente a due ragioni a ragioni.

D. Quali?
R. La prima è stata la delocalizzazione che hanno messo in atto i player più grandi del nostro territorio di calzetteria. La seconda è stata l’invasione da parte di prodotti asiatici in Europa non arginata da controlli adeguati né alle frontiere né ai punti vendita. E questo è estremamente penalizzante per chi produce ai costi italiani. Il terzo punto riguarda la nostra incapacità atavica di fare massa critica.

D. Concretamente?
R. Unirsi e gestire insieme dei progetti, per esempio, uno dei principali è di impegnarsi ad andare verso nuovi mercati che sono soprattutto l’Asia dove non si può andare da soli, dove il digitale è il primo canale di vendite e la distanza fisica costituisce una barriera importante. Per le piccole e medie imprese è complicato fare questo percorso da sole e quindi ci sono ancora difficoltà nel trovare il modo di collaborare e di fare investimenti comuni.

D. Che impatto ha avuto la pandemia sulle vostre attività?
R. La situazione è in chiaroscuro, la calzetteria, maschile e femminile, è il segmento che soffre di più perché soprattutto la calza da donna è legata molto alle situazioni e ai momenti di socializzazione, all’essere fisicamente nei posti di lavoro alle riunioni e così via. Invece il settore dell’intimo va meglio anche perché nell’ultimo anno praticamente i negozi sono rimasti aperti mentre quelli di calze erano chiusi. Poi i consumi di tutti noi sono cambiati e all’interno delle nostre abitazioni in tutti questi collegamenti da remoto viviamo tutti a mezzo busto. Quindi indossando capi comodi la vita è più semplice in casa. Questo ha comunque generato un numero di acquisti che permettono a una parte degli impianti di andare meglio.

D. Può dare qualche numero in merito?
R. Siamo al 50% delle capacità produttive e abbiamo chiuso l’anno con una perdita di fatturato tra il 30% e il 35%. Non è un momento semplice soprattutto perché si vive nell’incertezza e non si ha una chiara visione di quello che potrebbe essere la prossima primavera. Le aziende del distretto sono prevalentemente produttori per conto delle grandi marche e delle strutture distributive in Europa. Il problema è che questi nostri clienti hanno ancora in magazzino i prodotti stoccati la prima vera scorsa e che non hanno venduto, quindi non ci aspettiamo grandi ordini.

D. Ci sono stati processi di riconversione?
R. Sì, anche nel nostro territorio c’è stata fin da subito, una riconversione di molte aziende nella produzione di mascherine inizialmente a uso collettività, poi in un secondo tempo, grazie alla capacità di ricerca e sviluppo e di saper lavorare sui macchinari, si sono ottenuti prodotti di qualità superiore. Molte aziende hanno ottenuto la qualifica per le mascherine come dispositivi medici di classe certificati e cioè una mascherina chirurgica a tutti gli effetti.



Società quotate Growth Italia