Una modesta proposta per far crescere la piccola imprenditoria

di Riccardo Riccardi23/04/2020 02:00



Una modesta proposta per far crescere la piccola imprenditoria

Uno degli argomenti ricorrenti degli economisti riguarda il nanismo delle nostre aziende. Queste rappresentano l’asse portante del sistema Italia ancora ai vertici delle nazioni più industrializzate. Le dimensioni contenute hanno origini ataviche. La piccola imprenditoria italiana è nata spontaneamente dall’iniziativa geniale di ex operai precedentemente anche contadini. Partiti totalmente a debito, costoro sono stati gli artefici del benessere italiano. Hanno avuto un’incrollabile energia sorretta da un ottimismo che, nei libri universitari sarebbe stato paragonato al Candide di Voltaire. Il coronavirus ha introdotto nel sistema una crisi esogena, con serrate obbligatorie. Ha fagocitato patrimonio e la cifra di destra del conto economico si è colorata di rosso collocandosi nella colonna di sinistra. Il dibattito europeo e nazionale si è indirizzato a come ridare liquidità per consentire alle imprese di riaprire i battenti. Salvo i sacrosanti accorgimenti per la salute, che comunque costituiranno una voce aggiuntiva al tipo di organizzazione barriera. Come faranno questi tipi di aziende, a riprendere ricreando fiducia al sistema bancario, ai fornitori e ai clienti? Queste, pur non decotte, sono tecnicamente fallite perché senza capitale. Su queste aziende anche quelle che in questa sede vanno da un fatturato da 5 a 150 milioni di euro andrà concentrata l’attenzione per fornire equity. Se da una situazione drammatica si traesse lo spunto per dare una scossa a un capitalismo famigliare spesso chiuso nel palazzo di giaccio? Vanno cercati i fondi per circa 30 miliardi più leva successiva. Lo Stato potrebbe emettere bond, con esclusione presente e futura di qualsiasi tipo di tassazione. I sottoscrittori girerebbero questi titoli anche, se del caso convertibili, per acquistare quote, con un lock up di tre anni, di un fondo chiuso con eventuale futura quotazione. Il fondo holding parteciperebbe direttamente o indirettamente in altri fondi più contenuti per intervenire in specifici settori merceologici o regionali. A gestirli sarebbero persone professionalmente preparate (molti cervelli potrebbero rientrare) con remunerazione in buona parte a risultato (success fee). Le analisi aziendali terrebbero conto del capitale perso causa la crisi del virus ma valuterebbero, con la mentalità del venture capital, le possibilità di business. Sorta di startup con avviamento. L’imprenditore, nella successiva liquidazione, avrebbe una prelazione di acquisto anche a dilazione. Oltre al salvataggio, aziende valide potrebbero finalmente crescere, capitalizzarsi e un certo tipo di imprenditoria italiana, amante esclusiva del 100%, potrebbe guardare con meno sospettosità all’entrata di terzi nella sua azienda. Naturalmente, per favorire il ritorno al profitto, si dovrebbero consentire deducibilità fiscali paragonando al debito il capitale investito. Incrementando la deducibilità del costo figurativo. Non tralasciamo le opportunità di merger&acquisition, attività poco praticata nel nostro Paese. (riproduzione riservata)



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